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Ripristino degli ecosistemi: il mondo recupera 252 milioni di ettari, ma deve triplicare gli sforzi

Sabato, 31 Ottobre 2026
Tempo di lettura: 7 min
Restauración de ecosistemas

Il ripristino degli ecosistemi sta avanzando in diverse regioni del pianeta, ma il ritmo attuale rimane insufficiente per raggiungere gli obiettivi internazionali di recupero della natura. Un totale di 149 Paesi ha avviato iniziative che interessano circa 252 milioni di ettari, la superficie più ampia documentata finora. Tuttavia, questa cifra rappresenta appena un quarto dei 1.000 milioni di ettari che i governi si sono impegnati a recuperare.

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite avverte che sarà necessario triplicare gli sforzi entro il 2030 per raggiungere gli obiettivi stabiliti in materia di biodiversità e ripristino ambientale. La sfida non consiste soltanto nell’ampliare le superfici interessate dagli interventi, ma anche nel garantire che gli ecosistemi recuperino le proprie funzioni naturali e mantengano i risultati nel lungo periodo.

Il documento, intitolato Nature’s Comeback: Scaling Ecosystem Restoration for People and Planet, è stato elaborato congiuntamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e dalla Segreteria della Convenzione sulla diversità biologica (CBD).

Questa prima valutazione mondiale completa dei progressi nel ripristino degli ecosistemi evidenzia profonde differenze tra le diverse regioni geografiche e le tipologie di habitat. Sebbene gli interventi negli ambienti terrestri rappresentino la maggior parte delle iniziative documentate, fiumi, zone umide e aree marine continuano a ricevere un’attenzione insufficiente.

Il ripristino degli ecosistemi avanza, ma gli obiettivi del 2030 sono ancora lontani

I 252 milioni di ettari attualmente interessati da interventi di ripristino rappresentano un progresso significativo negli sforzi internazionali per contrastare il degrado ambientale. Tuttavia, resta ancora molta strada da percorrere per raggiungere gli impegni assunti dai Paesi.

L’obiettivo internazionale rientra nel Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, approvato nel dicembre 2022 durante la Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità. L’accordo stabilisce che entro il 2030 almeno il 30% degli ecosistemi terrestri, delle acque interne, marini e costieri degradati dovrà essere sottoposto a interventi efficaci di ripristino.

La distanza tra le superfici attualmente interessate dagli interventi e gli obiettivi internazionali evidenzia la portata della sfida. Non è sufficiente avviare progetti di recupero ambientale: occorre ampliarli, migliorarne la pianificazione e garantire che i risultati possano essere misurati in modo oggettivo.

Anche la distribuzione geografica presenta importanti squilibri. L’Asia concentra circa 192,2 milioni di ettari in fase di ripristino, equivalenti al 76,3% del totale mondiale. Seguono l’Africa, con 36,3 milioni di ettari, e l’Europa, con 9,1 milioni.

L’America settentrionale e centrale registra circa 5,8 milioni di ettari, mentre il Sud America ne conta 5,4 milioni e l’Oceania 3,2 milioni.

A livello nazionale, la Cina si distingue per la superficie di ripristino terrestre documentata, con circa 127,4 milioni di ettari. Tuttavia, il rapporto sottolinea che questi dati non devono essere interpretati come una classifica dell’impegno ambientale dei singoli Paesi, poiché sono influenzati anche da fattori come l’estensione territoriale e le metodologie utilizzate per registrare gli interventi.

Fiumi, zone umide ed ecosistemi marini sono i più trascurati

Uno dei risultati più preoccupanti del rapporto riguarda l’enorme differenza tra gli sforzi dedicati al recupero degli ecosistemi terrestri e quelli destinati agli ambienti acquatici.

Circa 232 milioni di ettari, pari approssimativamente al 92% della superficie documentata, riguardano ecosistemi terrestri. Al contrario, i progetti relativi agli ecosistemi di acqua dolce interessano circa 11 milioni di ettari, mentre gli interventi nelle aree marine e costiere rappresentano approssimativamente 5,7 milioni di ettari.

Questo squilibrio è particolarmente significativo perché gli ecosistemi acquatici devono affrontare forti pressioni dovute all’inquinamento, alla trasformazione del territorio, allo sfruttamento eccessivo delle risorse e ai cambiamenti climatici.

I fiumi svolgono funzioni essenziali per la conservazione della biodiversità, l’approvvigionamento idrico, l’agricoltura e l’equilibrio degli ecosistemi. Tuttavia, la costruzione di dighe, la canalizzazione degli alvei, il prelievo di acqua e l’inquinamento possono alterarne profondamente il funzionamento naturale.

Anche la situazione delle zone umide è particolarmente preoccupante. Questi ambienti rappresentano importanti riserve di biodiversità, contribuiscono a regolare il ciclo dell’acqua, immagazzinano carbonio e aiutano a ridurre gli effetti delle inondazioni. Nonostante questi benefici, il loro degrado e la loro scomparsa continuano a rappresentare un problema ambientale globale.

Secondo i dati raccolti nel rapporto, dal 1970 sono andati perduti circa 384 milioni di ettari di ecosistemi di acqua dolce. Inoltre, le zone umide scompaiono a un ritmo molto più rapido rispetto alle foreste, evidenziando l’urgenza di sviluppare politiche specifiche per la loro conservazione e il loro recupero.

Il ripristino di questi ambienti richiede interventi che vadano oltre la riforestazione o la pulizia delle aree naturali. È necessario anche recuperare i flussi d’acqua, ripristinare la connettività ecologica, controllare le fonti di inquinamento e proteggere le specie che dipendono da questi habitat.

La mancanza di dati rende difficile misurare i risultati del ripristino

Oltre ai problemi legati ai finanziamenti e alla distribuzione geografica dei progetti, il monitoraggio dei risultati rappresenta un altro grande ostacolo al recupero della natura.

Il rapporto evidenzia che, dei 125 Paesi che avevano presentato i propri rapporti nazionali sulla biodiversità entro marzo 2026, 63 non avevano fornito dati quantitativi sui progressi degli interventi di ripristino.

Questa carenza rende difficile stabilire con precisione quali superfici siano effettivamente in fase di recupero, quali tecniche vengano utilizzate e, soprattutto, se gli interventi stiano realmente migliorando le condizioni ecologiche.

Contabilizzare gli ettari interessati dai progetti non significa necessariamente che un ecosistema sia stato recuperato. Per valutare il successo di queste iniziative è necessario analizzare indicatori come la qualità dell’acqua, il recupero delle popolazioni di specie, la rigenerazione della vegetazione e la capacità dell’ambiente di mantenere i propri processi naturali.

Durante la presentazione del rapporto, la specialista della FAO Yelena Finegold ha sottolineato l’importanza di affrontare contemporaneamente due priorità: ampliare gli interventi e migliorare i sistemi di monitoraggio dei risultati.

La disponibilità di informazioni affidabili permetterà di individuare le iniziative più efficaci, orientare gli investimenti ed evitare che i progetti si limitino a raggiungere obiettivi quantitativi senza garantire un recupero ecologico duraturo.

I finanziamenti devono aumentare per raggiungere gli obiettivi ambientali

La mancanza di risorse economiche rappresenta un altro dei principali ostacoli all’accelerazione del ripristino ambientale a livello mondiale.

Secondo il rapporto, gli investimenti destinati a queste attività hanno raggiunto i 64 miliardi di dollari nel 2022. Tuttavia, entro il 2030 sarà necessario aumentare i finanziamenti fino a circa 296 miliardi di dollari all’anno per rispondere alle esigenze di recupero degli ecosistemi.

Ciò significa moltiplicare per oltre quattro gli investimenti attuali.

Il settore pubblico continua a rappresentare la principale fonte di finanziamento, con circa il 73% delle risorse, mentre il restante 27% proviene da fonti private.

Per raggiungere gli obiettivi internazionali sarà necessario ampliare la partecipazione delle imprese, degli istituti finanziari e degli investitori privati, mantenendo al contempo l’impegno dei governi e delle istituzioni multilaterali.

L’economista ambientale dell’UNEP Salman Hussain ha evidenziato il potenziale economico di questi interventi, sottolineando che ogni dollaro investito nel ripristino può generare fino a 30 dollari di benefici grazie al miglioramento della produttività agricola, alla maggiore disponibilità di acqua e alla cattura del carbonio.

Questa potenziale redditività dimostra che il recupero della natura non deve essere considerato esclusivamente una spesa ambientale. Può anche contribuire allo sviluppo economico, migliorare la sicurezza alimentare e ridurre i costi associati al degrado delle risorse naturali.

Il ripristino della natura può generare milioni di posti di lavoro

Il recupero degli ecosistemi non produce effetti positivi soltanto sulla biodiversità e sull’equilibrio climatico. Rappresenta anche un’opportunità per favorire l’occupazione e sviluppare nuove attività economiche legate alla sostenibilità.

Le 35 iniziative emblematiche di ripristino riconosciute dalle Nazioni Unite hanno contribuito a creare oltre 1,1 milioni di posti di lavoro.

Inoltre, le previsioni contenute nel rapporto indicano che il settore potrebbe generare più di 32 milioni di occupazioni entro il 2030, promuovendo attività legate al recupero delle foreste, al ripristino delle zone umide, alla protezione dei fiumi e alla rigenerazione dei terreni degradati.

Questi progetti richiedono professionisti specializzati in ingegneria ambientale, gestione forestale, conservazione delle specie, trattamento delle acque, pianificazione territoriale e monitoraggio degli ecosistemi.

Il recupero della natura può inoltre favorire lo sviluppo delle comunità rurali, soprattutto nelle regioni in cui l’agricoltura, la pesca e altre attività economiche dipendono direttamente dalla salute degli ecosistemi.

Il rapporto evidenzia anche il potenziale climatico di questi interventi. Il ripristino del 15% delle aree prioritarie del pianeta potrebbe immagazzinare una quantità di carbonio equivalente al 30% dell’aumento dell’anidride carbonica atmosferica registrato dalla Rivoluzione industriale.

Inoltre, queste iniziative potrebbero contribuire a evitare il 60% delle estinzioni di specie previste in determinati scenari di degrado ambientale.

Investire nel ripristino significa quindi non soltanto recuperare gli ambienti naturali, ma anche sviluppare uno strumento importante per contrastare i cambiamenti climatici, proteggere la biodiversità e rafforzare le economie locali.

L’Unione Europea vuole ripristinare 25.000 chilometri di fiumi entro il 2030

Il recupero degli ecosistemi acquatici occupa una posizione importante nelle politiche ambientali europee. Uno degli obiettivi più rilevanti è contenuto nel Regolamento europeo sul ripristino della natura, che stabilisce misure specifiche per migliorare le condizioni dei fiumi e di altri ambienti naturali.

Tra gli obiettivi figura il ripristino di almeno 25.000 chilometri di fiumi a scorrimento libero entro il 2030.

Per raggiungere questo traguardo, gli Stati membri dovranno individuare ed eliminare le barriere artificiali che interrompono la connettività dei corsi d’acqua, laddove ciò sia opportuno dal punto di vista ambientale e tenendo conto degli utilizzi esistenti.

Queste barriere possono comprendere dighe obsolete, piccoli sbarramenti e altre infrastrutture che impediscono il movimento naturale dell’acqua e ostacolano il passaggio dei sedimenti e delle specie.

Ripristinare un fiume non significa semplicemente recuperarne l’aspetto naturale. Significa anche ristabilire i processi ecologici che ne consentono il funzionamento, migliorare la qualità dell’acqua e favorire il recupero degli habitat acquatici.

La connettività fluviale è fondamentale per numerose specie di pesci e altri organismi che devono spostarsi tra diverse aree per alimentarsi, riprodursi o completare il proprio ciclo biologico.

Inoltre, il movimento naturale dei sedimenti contribuisce a mantenere gli habitat e i processi geomorfologici dei fiumi.

Questo approccio dimostra perché misurare il ripristino esclusivamente in ettari possa essere insufficiente. In alcuni ecosistemi, recuperare le funzioni naturali e le connessioni ecologiche è importante quanto la superficie interessata dagli interventi.

Una sfida globale che richiede investimenti e impegni a lungo termine

Il rapporto delle Nazioni Unite presenta un quadro caratterizzato da progressi significativi, ma anche da carenze strutturali. I 252 milioni di ettari interessati dagli interventi rappresentano un importante impegno internazionale, ma sono ancora lontani dagli obiettivi fissati per il 2030.

La concentrazione delle iniziative negli ecosistemi terrestri, il limitato recupero degli ambienti acquatici, la mancanza di informazioni comparabili e le esigenze di finanziamento evidenziano alcuni dei principali ostacoli da superare.

La segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica, Astrid Schomaker, ha sottolineato la necessità di intervenire anche sulle cause che provocano il degrado ambientale, evitando di limitare le politiche a singoli progetti di recupero.

Questo significa migliorare la pianificazione territoriale, ridurre l’inquinamento, gestire in modo sostenibile le risorse naturali e rafforzare la partecipazione delle comunità locali e delle popolazioni indigene.

Il ripristino degli ecosistemi deve diventare una politica ambientale continuativa, sostenuta da investimenti a lungo termine, obiettivi verificabili e sistemi di monitoraggio capaci di dimostrare miglioramenti concreti.

Il tempo a disposizione per raggiungere gli obiettivi del 2030 è sempre più limitato e i prossimi anni saranno decisivi per stabilire se gli impegni internazionali si tradurranno in un effettivo recupero della biodiversità e dei servizi che la natura offre alla società.